Capire
Capire, prendersi un tempo per avvicinarsi al perché delle cose senza fermarsi alle apparenze, è ancora possibile in un mondo dominato dall’immediatezza (e dal vuoto da riempire a piacere..) delle immagini, dalla rozza sintesi di tweet, post etc.. e dove molti, troppi, fanno fatica a leggere (non parliamo di scrivere) più di qualche riga?
Si dibatte in questi giorni, in Italia, sulle spaccature manichee di un’opinione pubblica trasformata in giuria permanente . Una giuria che non necessita di prove per giudicare, composta com’è di soli cooptati, al pari dei tifosi allo stadio e come, ahimè, i parlamentari,al soldo delle segreterie.
Non è certo da oggi che l’opinione pubblica risulta merce preziosa da blandire per chi su di essa costruisce il proprio successo. Ma la novità nel nostro tempo sempre più veloce ed incerto (e forse anche per questo) è il formarsi di una fusione ideale tra chi blandisce, avendone il potere ed i mezzi per farlo e chi è blandito . Il potere di persuasione sempre più pervasivo ha creato adepti che in quanto tali non hanno più bisogno di capire ma solo di credere, in una sorta di nuova religione.
Se in una società ( complessa) l’approccio alla realtà è di tipo fideistico (semplice) non si formano cittadini consapevoli ma eserciti contrapposti , nel segno sicuro di un declino materiale e morale irreversibile : chi ha le parole giuste per vivere e abitare il futuro, va avanti; chi sceglie la paura e si guarda indietro è lì che finirà.
Già..le parole. Che fine hanno fatto? Poche ed usate male, tra le parole ed la qualità del pensiero esiste un rapporto diretto, così come tra la profondità di pensiero e la capacità di analisi. Ma ormai le parole chi le coltiva più? Sostituite come sono, nella comunicazione, anche politica, da tweet ,faccine,foto e video (magari pure artefatti) rischiano di rimanere chiuse per sempre tra le pagine impolverate di libri invenduti e di diventare uno strumento obsoleto, un’icona del tempo che fu.
Non è certo un caso se recenti studi evidenziano un’alta percentuale (30%) di italiani tra i 25 e i 65 anni con significative limitazioni nella comprensione della lettura e nella scrittura. Ma se lasciamo morire le parole, se non le curiamo abbastanza rinunciamo al pensiero critico e muore la Libertà. Le dittature una volta le parole scomode le mettevano al rogo, un domani non ne avranno più bisogno.
Come hai ragione Beppe!!!
Questa riflessione è un grido d’allarme lucido e severo sul pericolo della perdita del pensiero profondo.
Bravissimo Beppe, come sempre
Grazie per il commento e …per i complimenti
Caro Beppe purtroppo sollevi un tema quanto mai reale e che denuncio da tempo.Ricordo il concetto, più volte espresso dal mio vecchio professore d’italiano ai tempi del liceo ,per cui era opportuno “scrivere tanto senza porsi limiti”..Alle obiezioni ovvie sul rischio di essere prolissi rispondeva che invece scrivere molto era il risultato di un pensiero articolato ed era un segno solo positivo in quanto ,banalmente,voleva dire che avevi molto da scrivere .Da allora ho fatto proprio questo concetto pur sapendo che ne veniva compromessa a volte la capacità di sintesi..
Scriviamo poco e scriviamo male per una serie di motivi.Leggiamo molto ma di fretta ma soprattutto senza quasi mai approfondire e non riusciamo a mettere a fuoco la realtà,a volte per pigrizia,a volte perché riteniamo di esserci già fatta un’opinione..Leggo uno o più giornali al giorno,spesso volutamente diversi,per cercare di capire le posizioni contrapposte ma è un esercizio che da più parti mi viene bonariamente rimproverato, perché sarebbe una perdita di tempo.La maggior parte acquisisce le informazioni e la cronaca tramite social e la cosa che fa specie è la patente di liceità e credibilità implicita che viene data a questo tipo di informazione in qualche modo diversa dai canali ufficiali.Non si approfondisce non si verifica,si sa tutto per scontato e c’è quasi un’adesione fideistica verso le fonti.E se non si elabora un concetto non si riesce a scrivere.Si va avanti a copia e incolla,a poche frasi d’effetto e tranchant . Scriviamo per acquisire il consenso social e non perché si vuole cercare un confronto.Quando provo a scavare in tante opinioni che esprimono certezze mi accorgo che sotto c’è poco o niente.
Quando provo a spiegare,facendo esempi, su come l’informazione venga abilmente manipolata ,ricevo risposte che sono il frutto di slogan un po’ rozzi e datati.
Quello che mi colpisce è che la poca e cattiva informazione ha provocato una polarizzazione e radicalizzazione di opinioni che spaziano dai casi giudiziari nei quali ci sono veri e propri schieramenti che non ammettono dubbi. ad altri argomenti più disparati. ma che hanno in comune il confronto spesso acceso .Ci si “schiera” in modo aprioristico e senza un perché.. È il frutto di una non informazione che ci ha un po’ lobotizzati o è il frutto di una informazione subdola che insistendo in modo martellante ha indirizzato l’opinione pubblica portandola a credere a cose precise e stabilite in partenza?
Penso al recentissimo caso dello sbarco dai migranti marocchini nelle enclavi spagnole in cui si è giocato sull’effetto paura, “dell’invasione dello straniero,sui blocchi al trattato di Schengen e altro ..Dare uno spazio preminente e prioritario a questa notizia ha l’effetto di creare una risposta di autodifesa dove gli slogan di Vannacci e compagnia fanno facile presa ed è funzionale ad indirizzare il pensiero in una direzione precisa .
Poche parole,solite frasi ad effetto che più sono radicali e più fanno presa.
Non sono ottimista per il futuro ma spero di sbagliarmi..
Grazie ancora Beppe per tutti i temi che sollevi e per gli spunti che offri ..
Grazie a te per il tuo ricco commento