Capire

Capire

Agosto 1, 2026 5 Di beppe orlando

Capire, prendersi un tempo per avvicinarsi al perché delle cose senza fermarsi alle apparenze, è ancora possibile in un mondo dominato dall’immediatezza (e dal vuoto da riempire a piacere..) delle immagini, dalla rozza sintesi di tweet, post etc.. e  dove molti, troppi,  fanno fatica a leggere (non parliamo di scrivere)  più di qualche riga?

Si dibatte in questi giorni, in Italia,  sulle spaccature manichee di un’opinione  pubblica trasformata in giuria permanente . Una giuria  che non necessita  di prove per giudicare, composta com’è di soli cooptati, al pari dei tifosi allo stadio e come, ahimè, i parlamentari,al soldo delle  segreterie.

Non è certo  da oggi che l’opinione pubblica risulta merce preziosa da blandire  per chi su di essa costruisce  il proprio successo. Ma la novità nel nostro tempo sempre più veloce ed incerto (e forse anche per questo)  è il formarsi di una fusione ideale  tra chi blandisce, avendone il potere ed i mezzi per farlo e chi è blandito . Il potere di persuasione sempre più pervasivo ha creato  adepti che in quanto tali non hanno più bisogno di capire ma solo  di credere, in una sorta di nuova religione.

Se  in una società ( complessa)  l’approccio alla realtà è di tipo fideistico (semplice) non si formano cittadini consapevoli ma eserciti contrapposti , nel segno sicuro  di un declino materiale e morale irreversibile : chi  ha le parole giuste per vivere e abitare il futuro, va avanti; chi sceglie  la paura e si guarda indietro è lì che finirà.

Già..le parole. Che fine hanno fatto? Poche ed usate male, tra le parole ed la qualità del pensiero esiste un rapporto diretto, così come tra la profondità di pensiero e la capacità di analisi.  Ma ormai le parole chi le coltiva più? Sostituite  come sono, nella comunicazione, anche politica, da  tweet ,faccine,foto e video (magari pure artefatti) rischiano di rimanere chiuse per sempre tra le pagine impolverate di libri invenduti e di  diventare uno strumento obsoleto, un’icona del tempo che fu.

Non è certo un caso se  recenti studi evidenziano un’alta percentuale (30%)  di italiani tra i 25 e i 65 anni con significative limitazioni nella comprensione della lettura e nella scrittura.  Ma se lasciamo morire  le parole, se non le curiamo abbastanza rinunciamo al pensiero critico  e muore la Libertà.  Le dittature una volta le parole scomode  le mettevano al rogo, un domani non ne avranno più bisogno.