La città dei vivi di Nicola Lagioia

La città dei vivi di Nicola Lagioia

Maggio 31, 2022 0 Di beppe orlando

“Quella sera, al decimo piano di Via Igino Giordani, sembrava che tutta la disperazione, il livore, l’arroganza, la brutalità, il senso di fallimento di cui era piena la città, si fossero concentrati in un unico punto….”

“La città dei vivi” è la ricostruzione di quanto è avvenuto in quell’appartamento della periferia romana il 4 marzo del 2016, quando un ragazzo di ventitré anni viene barbaramente ucciso da altri due ragazzi, quasi trentenni, dopo esser stato drogato e torturato: un delitto che, per le sue caratteristiche particolarmente violente , per l’ambiente che ne fa da sfondo, nonché per l’estrazione sociale dei carnefici in contrasto con quella della vittima, catalizzerà per mesi l’attenzione di tutti i mezzi di informazione e della città intera. Una città, Roma, già provata da un avanzato stato di degrado morale e materiale, che sembra, ancor più dopo questo delitto, non poter partorire altro che nefandezze. Ma il libro è anche e soprattutto il tentativo, attraverso la ricostruzione degli eventi, di “risalire” la corrente del male, nella speranza di cogliere, come scrive l’autore, la giusta “narrazione” di un delitto così inspiegabile e così inumano, evitando di cadere in una “doppia trappola” tesa dalla trama dell’omicidio che “gettando su vittima e carnefice un luce perversa, parziale, facendoci vedere i carnefici come dei mostri, ci impedisce di avvicinarli sul piano emotivo e riducendo la vittima alla straordinarietà della sua sorte, la allontana dalla nostra empatia….” In una sorta di anatomia socio/psicologica, l’autore inizia così ad indagare nell’intreccio emozionale e relazionale che ha plasmato la personalità dei due assassini confessi, Manuel Foffo e Marco Prato, appartenenti a famiglie di una borghesia di tipo imprenditoriale il primo e culturale il secondo, ed entrambi con un’identità irrisolta: Manuel, in eterno conflitto con il padre, senza mai riuscire ad affrontarlo, “si sentiva schiacciato, umiliato, bistrattato…” a differenza del fratello stimato ed inserito a pieno titolo nelle attività di famiglia; Marco, omosessuale, “lamentava anche lui un mancato riconoscimento..la madre, diceva, non riusciva a vederlo, non lo accettava per quel che era, ricambiava con il silenzio la sua devozione.. e l’amore paterno non era stato sufficiente da spezzare la condanna che Marco sentiva su di sé”.

Ma cosa accade, si chiede l’autore, “quando non potendo attraversare lo specchio, non riuscendo a varcare la soglia del dolore, costruiamo la nostra vita secondo un codice che cancella e ribadisce di continuo la vergogna?” Nell’incapacità di accettare la sofferenza, nel dolore per la propria vergogna, per i propri limiti, risiederebbe, quindi, il primo seme della devianza: “colpire per sottrarsi alla paura di essere colpiti, sentirsi nulla , ridurre l’altro al nulla…” Cercare di capire non si deve confondere però con l’assenza di responsabilità: “Farsi vincere da questa debolezza, da questa paura atavica, significa comunque scegliere…ed era in questa debolezza , che bisognava isolare la loro colpa, rintracciare la loro responsabilità, circoscrivere la loro scelta”. Ma quando il riconoscimento delle proprie responsabilità in un’azione turpe, diventa sul piano emotivo, un’altra prova insostenibile, com’è possibile condurre gli assassini verso questo tipo di consapevolezza?

A questi e ad altri dilemmi l’autore cerca di dare una risposta nell’intento coraggioso e controcorrente di ragionare e cercare di capire, partendo da quell’orrendo crimine, le cause e le dinamiche del male e dei mali di oggi, indagando con lo spirito del ricercatore, con tanti dubbi e nessuna certezza, rifiutando le “narrazioni” rassicuranti, scorciatoie di una società narcisista, incapace di fare i conti con se stessa, che genera solitudine e disperazione e dove il concetto di responsabilità individuale e di colpa trova sempre meno asilo con il rischio per noi tutti di “diventare, nella libertà dalla colpa, imprigionati per sempre..”.