La Cultura a Destra
Carlo Galli, con un articolo su Repubblica del 15 maggio, alla luce dei recenti scivoloni del Governo in tema di politiche culturali (vedi Biennale di Venezia e nuovi programmi scolastici..), analizza assai efficacemente il difficile rapporto della Destra con la Cultura Partendo dal concetto di “egemonia culturale” identificabile in una certa visione di mondo, di parte, capace però, in una certa fase storica, di essere accettata come valida dall’intera società , Galli sottolinea l’incapacità della Destra al potere a produrre una Cultura capace di consenso allargato e all’altezza delle molte espressioni teoriche ed artistiche del passato. Questo perché , sempre secondo l’estensore dell’articolo, la cultura di destra si esprime spesso più con la ribellione, con la contestazione verso il mainstream , che nella sua edificazione.
La politica culturale della Destra, continua Galli, è conseguentemente forte e debole al contempo. Mentre è forte nell’occupazione degli spazi e nella promozione di persone piuttosto che di idee, il che evidenzia un legame ravvicinato tra cultura e comando, lontano anni luce da un’aspirazione egemonica, si rivela invece debole nei contenuti . Una politica, infatti, che si riduce nel creare un senso comune infarcito di pregiudizi e di conformismi: Garlasco, bambini nel bosco. programmi televisivi e allarmi securitari , convergono in un progetto egemonico che mira alla conservazione e alla coltivazione del disinteresse popolare per la cultura impegnativa e critica. Questa sarebbe la vera egemonia culturale della Destra.
L’ analisi impietosa e condivisibile di Galli sulle incapacità culturali della Destra, non coglie però un punto, a mio avviso, fondamentale. C’è, infatti, qualcosa di più profondo e non messo in luce nell’articolo, un vizio d’origine nel dna della Destra (nostrana e mondiale) che ne condiziona irrimediabilmente le politiche culturali. Un difetto che si traduce in un’ assenza e in un vuoto incolmabile: Come può, infatti, esserci cultura dove manca l’interesse per l’ Uomo ? Non per il cittadino elettore, ma proprio per l’uomo in quanto espressione dell’Umanità intera.
L’ Uomo inteso come destinatario di politiche che ne tutelino la dignità, l’integrità, l’ uguaglianza nei diritti, che ne facilitino il sapere e la conoscenza e che ne favoriscano le espressioni artistiche. L’Uomo inteso come destinatario e creatore di bellezza.
Ma per avere a cuore il destino dell’Uomo e di conseguenza della società è necessario mettersi in ascolto e cercare di capire, in una parola occorre quello che si definisce lo “spirito critico” . Una postura laica che non impone modelli, non esalta l’appartenenza ma la specificità, non condanna in base a pregiudizi ma cerca di comprendere il perché delle cose.
È forse questo il linguaggio della Destra ? O non è piuttosto il suo contrario? Con un approccio di tipo metafisico e para-religioso, certamente non estraneo alle sue radici, la Destra cerca soprattutto di imporre modelli ““valoriali” all’insegna della contrapposizione (Dio-Patria-Famiglia). Modelli, peraltro, tanto sbandierati quanto poco praticati. Simboli che sono altrettanti muri, utili solo a riconoscersi e a compattarsi dietro una bandiera identitaria fittizia, all’ombra della quale la specificità individuale è destinata a dissolversi per abbracciare un’identità collettiva da combattimento. La coltivazione di una (in) “cultura” del suprematismo che è l’esatto opposto dell’ Umanesimo, sia di ispirazione laica che di quella cristiana. Ed infatti, è proprio l’Umanesimo che ha innervato e innerva Letteratura, Musica, Cinema, Teatro , e tutte l’ espressioni artistiche, oltre al difficile mondo dell’Istruzione, a rappresentare il nemico culturale e giurato della Destra, da combattere (anche sottofinanziandolo) e abbattere per sostituirlo con nuovi modelli.
La Destra non è che fa fatica a costruire Cultura, proprio non è nel suo orizzonte.D’altra parte che tipo di Cultura può fiorire all’ombra dell’ esaltazione del potere e della ricchezza, del primato della razza e dell’odio per il diverso e dell’appropriarsi di un Dio personale e guerriero?