Mario Draghi e lo spin-off della politica italiana
Un nuovo mondo è possibile
Alla stregua dello sviluppo collaterale ed imprevisto di un progetto, Mario Draghi, chiamato a prendere il timone della politica italiana, la cui rotta puntava dritto verso l’iceberg della propria inconcludenza, sta dimostrando, mentre prova a traghettarci fuori dalle secche, che forse un nuovo mondo è possibile. Colui che ancora viene definito “un tecnico prestato alla politica”, giorno dopo giorno, quasi involontariamente, come un fine e paziente restauratore, sta dando nuova luce e colori sconosciuti alla tela della nostra politica, un blob caotico ed informe privo di linee e prospettive riconoscibili. Assistiamo ogni giorno di più ad un’inedita separazione tra la rappresentanza della politica, divisa tra frammentazioni ed ostilità reciproche, ed il suo agire. E’ come se stessero andando in onda due distinte rappresentazioni destinate allo stesso pubblico. E l’inaspettato accade: stacca più biglietti lo spettacolo “reale”, del quale stiamo assistendo al primo atto, fatto di visioni, progetti concreti e prime realizzazioni, mentre il solito teatrino fatto di vuoti slogan, bandierine piantate e atteggiamenti muscolari, che fino a ieri era l’unico programma in cartellone, rischia di chiudere per mancanza di pubblico. Chi l’avrebbe detto? Un linguaggio “antico” nei modi, nei tempi e nelle parole, riverbera di colpo un inedito appeal mettendo in ombra e a nudo il “politichese” per quello che è: una narrazione autoreferenziale ed artificiale, rivelandone così la vuotezza e l’inconcludenza alla stregua di una pistola scarica.
Il commissariamento della politica
Ma come si è arrivati a questo? E’ solo merito delle qualità individuali di Draghi o anche altri fattori hanno permesso alla politica di fare uno scatto in avanti nel mondo reale? Prima di tutto occorre ricordare che questa legislatura è stata teatro di un dichiarato fallimento della democrazia, frutto dell’incapacità di tradurre la rappresentanza in azione governativa. Per uscire da questa pericolosa impasse del gioco democratico sfociata nell’ennesima crisi di governo che se non risolta in tempi brevi avrebbe pregiudicato i finanziamenti europei del Recovery Fund, il Presidente della Repubblica, appellandosi al senso di responsabilità delle forze politiche, ha ottenuto che la maggioranza delle stesse votasse, obtorto collo, un nuovo governo presieduto da Mario Draghi che, da qui alla fine della legislatura, dovrà gestire l’avvio delle riforme necessarie affinché il nostro paese recuperi il gap nei confronti dei paesi europei più avanzati ed abbia quindi le carte in regola per ottenere i finanziamenti previsti, riforme che aspettano da anni nel cassetto della politica (fisco e lavoro, appalti, giustizia, ammodernamento e digitalizzazione dell’amministrazione pubblica, transizione ecologica per dire i più importanti). Si è realizzato nei fatti un “commissariamento” della stessa politica, incapace di suo a tradursi in un’efficace e duratura azione di governo, commissariamento evidenziato dalla diminuita forza contrattuale dei partiti , trasferita di fatto nelle mani di Draghi, sotto l’egida del Presidente della Repubblica. Il Governo sta quindi beneficiando di una sostanziale sterilizzazione delle “convulsioni” delle forze politiche le quali sanno benissimo che non possono alzare più di tanto l’asticella delle rivendicazioni “identificative” da sventolare al proprio elettorato nel perverso gioco del consenso, pena far saltare il banco degli aiuti europei. E’ come se ai partiti fosse stato assegnato un campo da gioco secondario dove l’esito del confronto non ha effetto alcuno sulla vera partita che si gioca nel campo principale. Ed è proprio l’aver tolto l’arma principale dalle mani delle segreterie dei partiti a costituire il segreto dell’efficacia di questo primo periodo dell’azione di Governo guidato da Mario Draghi, oltre al suo appeal fatto di autorevolezza maturata nel passato e confermata nel presente, una “tranquilla consapevolezza” delle cose da fare e come farle che trasmette quasi senza volerlo, una credibilità rafforzata dalla sua alterità rispetto alla classe politica che gli consente di agire incurante del consenso dell’opinione pubblica e di apparire “super partes” rispetto ai partiti, ergo dalla parte del paese e dei suoi bisogni.
La riforma delle riforme
Ma, oltre alla lezione di stile del capo di governo, che tanto dovrebbe far riflettere la nostra classe politica circa la capacità di attrarre consenso senza cercarlo anche centellinando le parole e dando loro un senso, anziché brandirle in una bulimia verbale senza fine, quali insegnamenti possiamo trarre da questa sorta di esperimento per far si che l’inevitabile dopo-Draghi non significhi per forza la restaurazione dell’ “ancien régime”? Questa “vacatio” dalla lotta politica, sorta di esercizio provvisorio, mette in luce, se ce n’era ancora bisogno, il vero problema del nostro “fare politica”, propedeutico a tutto il resto, senza risolvere il quale, ogni tentativo di riformare il paese risulterà vano. La “Riforma delle riforme” è quella che riguarda le fondamenta del nostro agire politico, l’unica capace di dare stabilità per evitare che ogni “scossa” ci costringa a ricominciare da capo in un eterno “giorno della marmotta”. Due sono i nodi da sciogliere una volta per tutte (e sarebbe un’occasione persa non provarci oggi almeno per quanto riguarda il primo): una Legge Elettorale che consenta di tradurre la rappresentanza in effettiva capacità legislativo-governativa (maggioranza parlamentare) e una legge che disciplini i Partiti Politici in tutti gli aspetti, dalla formazione, all’organizzazione interna, finanche al campo d’azione della loro attività politica il cui fine non può svilirsi nella mera gestione del potere ma al contrario nobilitarsi nella formazione della nuova classe dirigente. I due problemi sono intrinsecamente legati tra di loro e proprio per questo di difficile soluzione. La Costituzione, peraltro, ci aiuta poco: infatti, così come per i partiti non va oltre l’art.49: “tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”, senza entrare nel merito della loro funzione e organizzazione, allo stesso modo non disciplina i meccanismi elettorali, non indica a quale principio si debbano ispirare , al rapporto ideale tra rappresentatività e governabilità , limitandosi semplicemente con l’art.48 ad enunciare che: sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età. Il voto e` personale ed eguale, libero e segreto. Non è forse un caso, quindi, se in Italia dal dopoguerra ad oggi si sono alternati ben 68 governi, ed i partiti sono degenerati a tal punto che anziché risolvere i problemi elaborando visioni e progetti, sono diventati essi stessi il Problema. Come abbiamo visto, per consentire una navigazione spedita e tranquilla il più possibile al governo Draghi, è stato necessario mettere la “mordacchia” alle forze politiche, creando, come in un laboratorio, gli effetti di una stabilità politica altrimenti inesistente, ma ciò che è stato possibile oggi, non lo sarà domani.
23 luglio 2021