Tecnologia e Verità
«Bisogna ritornare alla cosa più semplice, raccontare la verità, lo dice anche il Vangelo: la verità vi renderà liberi…” Esordisce così , al meeting di C.L. a Rimini, Javier Cercas, il grande scrittore spagnolo, cronista dell’ultimo viaggio di Papa Francesco in Mongolia (Il folle di Dio alla fine del mondo). E aggiunge ..”Oggi viviamo in un tempo in cui i giornalisti, almeno quelli bravi, lottano contro le bugie. È una battaglia enorme, difficile, ma riguarda tutti i cittadini. Si può fare? Non lo so, ma si deve fare. Attenzione, le bugie si sono raccontate sempre nei secoli, ma oggi – avverte Cercas – hanno un potere di diffusione gigantesco, un potere che non hanno avuto mai, grazie ai social e all’intelligenza artificiale. È un potere senza controllo, perché ancora non siamo riusciti a controllarlo, ma dobbiamo riuscirci, perché oggi il discredito della verità è enorme. C’è un modo per imbrigliare questa furia distruttiva, che rischia di inghiottire nel gorgo la democrazia liberale e le sue istituzioni di controllo?
L’invito dello scrittore è quello di non demonizzare i social o Internet tout court: «Il problema non è la tecnologia in sé, ma l’uso che se ne fa. La tecnologia – ricorda – all’inizio viene sempre guardata con sospetto. Pensiamo a Platone, che nelFedro si scaglia contro l’invenzione diabolica della scrittura, perché la gente secondo lui non avrà più bisogno di utilizzare la memoria, quindi la cultura morirà. Oppure, quando Gutenberg inventò la stampa a caratteri mobili, tutte le classi colte si stracciarono le vesti profetizzando un involgarimento della cultura, diventata improvvisamente accessibile a tutti. Ci fa ridere oggi, ma guardate che lo stesso è accaduto con la tv e sta succedendo ora con i social. Io tuttavia non credo che i social siano il diavolo, così come non lo è l’intelligenza artificiale. Bisogna solo imparare a usarli per il bene e non per il male».
Il grido d’allarme dello scrittore spagnolo che conosce molto bene l’importanza delle parole, richiama la nostra attenzione circa il loro uso distorto, una disinformazione capace di svuotare di sostanza le democrazie liberali. Nella sua accorata analisi sottolinea il legame stretto e profondo che lega il realizzarsi del discorso democratico con l’informazione, declinata in quella funzione così delicata e fragile come la formazione del consenso.
Proteggere e rispettare la corretta informazione diventa così una forma di presidio democratico, un’ argine a difesa, in ultima analisi, dei valori di uguaglianza e giustizia che solo una vera democrazia riconosce come parte costitutiva di sé. Una costruzione che soltanto se assistita da un processo di formazione del consenso, basato su di un’informazione libera da condizionamenti ed interessi di parte, può partire dal basso per realizzare quel “governo del popolo” chiamato demo-crazia.
Ma la difesa di quell’ultimo argine non può essere costituita soltanto dalla fiducia che l’essere umano, nell’utilizzo della tecnologia, di per sé neutra rispetto ad un discorso etico, sia capace di discernere tra un uso “per il bene” e quello “per il male” . Perché anche se la Storia sta lì a dimostrarci che le innovazioni tecnologiche , superando paure di ogni tipo, hanno prodotto sempre, (mai gratuitamente, però..), progresso e benessere, oggi il rischio che l’avanzamento scientifico non assicuri automaticamente un benessere non solo economico ma soprattutto “democratico”, è piuttosto concreto.
Le possibilità, infatti, che le nuove tecnologie offrono, di alterare la verità e di creare un mondo artificioso da una parte, e una Politica di corto respiro , ridotta a puro marketing, a fabbrica non di idee ma di consenso, dall’altra, rischiano (come sta già accadendo, vedi Stati Uniti..) di fondersi in un abbraccio mortale e definitivo che come temuto dallo scrittore spagnolo, “rischia di inghiottire nel gorgo la democrazia liberale e le sue istituzioni di controllo..” È questo mostro a due teste a rappresentare un unicum mai visto: il Potere , per perpetuarsi all’infinito, si allea con la tecnologia allo scopo di gestire ed alterare il consenso, di creare un’opinione pubblica fidelizzata , convinta di possedere l’unica verità che conta e che coincide col potere. È così che il potere si fa verità e viceversa.
Di fronte a questa “forza” inedita , l’implicito e quasi impotente, “non possumus”, dichiarato dallo scrittore spagnolo di fronte alla “neutralità” tecnologica, ricalca in fondo la stessa “timidezza” che le democrazie spesso dimostrano nel legiferare e regolamentare il nuovo. La tecnologia sopravanza in velocità il legislatore e non potrebbe essere diversamente, ma quando le innovazioni sono in grado da sole, in quanto tali, senza regole a frenarne il successo, di cambiare i paradigmi preesistenti, di rivoluzionare i costumi di una società e creare nuovi modelli relazionali e di business, risulta assai complicato poi per la Politica recuperare alle regole un mondo che ha basato la sua forza anche sul vuoto normativo. Ed è proprio questo scarto tra il dinamismo tecnologico e la “reazione” del legislatore a segnare più di altro il nostro tempo. Un tempo che vede imporsi modelli di business liberi da vincoli ma che eticamente neutrali non lo sono affatto anche se figli della tecnologia.
L’ “errore” che Cercas commette, come tanti, nel prendere in esame il rapporto tra tecnologia ed informazione è quello di considerare sia i Social Media che i programmi di I.A. neutrali eticamente, quasi fossero tecnologia pura e non “semplici” applicazioni tecnologiche ed in quanto tali umane e dedite al business. I social fanno business raccogliendo i nostri dati personali e comportamentali che generosamente mettiamo a disposizione, dati che servono ad indirizzare pubblicità mirate e pagate sonoramente dagli inserzionisti. E per raccogliere più pubblicità ricorrono ad algoritmi in grado di moltiplicare il traffico anche quando questo è sostenuto da contenuti eticamente riprovevoli, tutto in nome del business: pecunia non olet. I Social, quindi, lungi dall’essere neutri, nascono, se possiamo dire, proprio “cattivi”, fanno dell’anonimato la loro arma migliore e rifiutano vincoli e regole perché altrimenti calerebbe il loro fatturato. Per quanto riguarda l’IA , a dimostrazione della non neutralità delle sue applicazioni, l’Europa nel 2024 ha provveduto per fortuna ad emanare l’IA Act che vieta le pratiche di IA inaccettabili che rischiano di ledere i diritti fondamentali dell’uomo.
La risposta allo scrittore spagnolo, che si chiede se esiste un modo per salvare le democrazie dall’assalto della disinformazione, ė che se davvero esiste, di certo non la possiamo trovare nelle esperienze passate. Viviamo un’epoca talmente inedita dal punto di vista della comunicazione, da richiedere idee nuove e nuovi strumenti anche a costo di mettere in discussione e ripensare correttamente e senza demagogia, vessilli democratici come la libertà di informazione o la tutela della privacy, troppo spesso utilizzati pretestuosamente.
È necessario ripensare vecchie regole ed istituirne di nuove a tutela della corretta informazione, iniziando dalla nostra Costituzione e dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea che allo stato attuale non contemplano il diritto/dovere ad un’informazione corretta, e proseguendo con l’affrontare il problema dell’anonimato in Rete , vero e proprio scudo a difesa della disinformazione.
Può bastare tutto questo? Ovviamente no, ma c’é un’altra domanda che val la pena di porsi: quale Politica sarebbe disposta davvero a segare il ramo della disinformazione, della propaganda, del consenso blandito , dove sta tranquillamente e comodamente seduta?
Caro Beppe come sempre il tuo post (splendidamente esposto)offre molti spunti di approfondimento .Quello che scrive Javier Cercas è certamente condivisibile ma per molti aspetti di difficile applicazione.Il racconto della verità (o il tentativo di farla)si scontra fatalmente con un’interpretazione soggettiva di qualsiasi fatto o avvenimento ma soprattutto con la diversa priorità che si dà agli stessi.
A volte c’è una normale e differente visione di parte ,altre volte la manipolazione è più subdola e di difficile decifratura ma tutto sommato è un normale gioco delle parti.
Tuttavia l’aspetto per me peggiore è l’incapacità,diffusa e generalizzata,non solo di capire la realtà nelle mille sfaccettature ma ,cosa peggiore,nel non volerla conoscere.Ci sono molte persone che non leggono e non seguono telegiornali e hanno una disinformazione che mi lascia interdetto..Credo che questo atteggiamento sia frutto di un disimpegno progressivo ma che ci siano anche delle tappe e dei momenti che lo hanno accelerato.Penso al periodo del COVID,allo stress che ne è derivato e a una sorta di saturazione per cui a un certo punto seguire l’informazione significava per alcuni caricarsi di
negatività difficili da sostenere.
Poi si sono aggiunte la guerra russo-Ucraina e il conflitto a Gaza(riportate e descritte in maniera spesso molto faziosa)che ha aumentato questo disagio.Non si può provare a capire la realtà se prima non la si conosce o non si vuole tentare a farlo ..
A queste si aggiungono le trasmissioni di informazioni a senso unico dove si parla di occupazioni abusive da parte di stranieri ,di insicurezze delle periferie,di furti e di mancata integrazione e che “caricano’ l’ascoltatore con slogan di facile presa.Peccato però che non si parli del loro sfruttamento e di condizioni di lavoro al limite della dignità ma questo è un altro discorso.
Quello su cui (personalmente)bisognerebbe porre l’attenzione è sul corretto uso della tecnologia.Da un lato c’è l’aspetto positivo della possibilità di attingere a una sterminata pluralità di fonti dall’altro c’è sia la difficoltà a riconoscerne l’attendibilità . Personalmente rimango interdetto (e irritato)quando si crede con un approccio acritico e fideistico a rivisitazioni della realtà bizzarre o distorte .La cosiddetta “controinformazione” è giudicata più credibile perché quella ufficiale nasconderebbe le realtà.E da qui poi il complottismo (aumentato dopo la campagna no vax )sul non detto e su verità taciute.
Ci si “informa”via social(la frase classica è “ma l’hanno detto su Facebook”dandone una patente di legittimazione implicita e scontata “.Quando invito non solo ad approfondire ma ad andare oltre avverto molto spesso disinteresse.
L’uso della tecnologia come veicolo di informazione e stato capito da tempo e usato proficuamente.Ho visto un bel servizio sulla vittoria di Trump che ha sfondato (purtroppo) a livello giovanile grazie a un uso dei social,non casuale e ben studiato.Si concordavano incontri e domande su programmi condotti da noti “jnfluencer “(che brutta categoria)a cui Trump interveniva e che in qualche modo ne sponsorizzavano la
candidatura .A questo si è aggiunto il fascino degli slogan di facile presa e il gioco è stato fatto.Rimanevo interdetto quando si chiedeva ai giovani del perché della scelta di Trump e quello. che ne usciva fuori era disarmante.
Dubito che la politica abbia la forza di intervenire su questi processi per quanto sia possibile intervenire a livello legislativo e ottenere qualche risultato.
Il vero salto va fatto da noi perché ormai siamo entrati in una fase di copia e incolla di slogan qualunquistici che trovo scoraggianti e dove prevale la logica dello schieramento preventivo ..
Riusciremo a correggere la rotta?