Hamnet, nel nome del figlio – un film di Chloé Zhao
Stratford-upon-Avon, 1580
William ed Agnes, hanno in comune una sensibilità particolare che ha a che vedere con il senso della vita. Ma mentre Agnes lo declina nei ritmi, nel linguaggio e nel mistero stesso della natura tanto da sembrarne una diretta emanazione (suggestivo l’incipit del film con lei vestita di rosso raggomitolata tra le radici secolari di un albero, radici che l’ accoglieranno benevole anche durante il parto) , William al contrario, il mondo ideale lo vuole creare, scrivere di suo pugno.
Attratti dalle loro rispettive diversità e sensibilità, la contadina ed il giovane insegnante di latino del paese oltre che conciatore, si innamorano e si sposano. Nascono, prima Susanna e poi i due gemelli Hamnet e Judith, che crescono felici in un ambiente reso fertile dall’apporto delle due sensibilità “genitoriali” : l’amore per la natura e la fantasia, che specie in Hamnet, sembra attecchire particolarmente, rendendolo quindi , essendo poi l’ unico maschio, il “preferito” dal padre.
Ma nel frattempo le ambizioni letterarie di William che, incoraggiate da Agnes: (“il posto che hai nella testa per te è più vero che qualsiasi altro luogo”) iniziano a concretizzarsi, lo portano spesso ad allontanarsi dalla famiglia, per recarsi a Londra, dove crea la sua prima compagnia. Il rapporto tra William e Agnes che sembrava perfettamente in equilibrio, inizia così ad incrinarsi a causa delle sue assenze prolungate, e durante una di queste scoppia un’epidemia di peste. Mentre William rimane bloccato a Londra, il piccolo Hamnet, per salvare la sorella gemella dall’’infezione , si contagia gravemente e muore.
Qui il film vira verso le pagine più intense e belle del film, intrise di un dolore così esteso e profondo e rappresentato senza fare sconti, da lasciare quasi annichiliti (la scena della morte di Hamnet, oltre a consegnarci un talento in erba, Jacobi Lupe, è teatro in purezza). Un dolore che divide i genitori non solo per il senso di colpa e le accuse a William per la sua assenza, ma per il diverso modo di affrontarlo e per sopravvivere ad esso. Mentre Agnes se ne alimenta autodistruttivamente, rimanendone intrappolata, William sceglierà un’altra strada, salvando entrambi.
Il dolore di Agnes dominerà da adesso in poi il film, un dolore che, grazie all’intensa interpretazione della protagonista, la superlativa Jessie Buckley , candidata all’Oscar, possiede la forza di superare i confini della rappresentazione per uscire dallo schermo e trovare asilo, e condivisione della sofferenza, nello spettatore che, a questo punto ne diventa parte, protagonista anch’esso del dramma, e che nel bellissimo finale sarà accanto a lei, in quel teatro dove William, sublimando il dolore, trasfigurerà il dramma da individuale in universale , svelando il vero significato del film.
Un film sublime (candidato agli Oscar come miglior film e miglior regia),semplicemente perfetto, capace di farti vivere , e partecipare, come nel miglior teatro, l’ampio spettro di tutte le emozioni umane. Un film antico e moderno al tempo stesso. Non sono forse , oggi più che mai, la natura e l’arte , gli ultimi presidi contro la follia?
Grazie Beppe! Bellissima descrizione di un film che ho amato.
Buona domenica
Grazie del commento. A presto