I veri quesiti

I veri quesiti

Marzo 20, 2026 3 Di beppe orlando

È una buona riforma? Sarà utile o al contrario pericolosa, perché non solo non migliorerà la situazione della nostra Giustizia, ma rischia di renderla meno democratica, nel senso dell’equilibrio tra i poteri in uno Stato di Diritto? E il fatto che la riforma sia proposta da questa maggioranza deve o non deve aver peso nel giudicarla?

Se persino il destino delle democrazie si sta rivelando sempre più legato a chi le governa,  in barba a pesi e contrappesi, figuriamoci una riforma della Giustizia, che, fingendo di occuparsi di un aspetto marginale , teoricamente neutro, quale il percorso di carriera dei Magistrati, in realtà mira a ben altro ed è pensata da chi , da Mani Pulite in poi, non ha perso e non  perde occasione (quando viene indagata o si sente limitata dalle regole) di definire “politicizzata” la Magistratura, che è come dire che persegue interessi di parte. Il peggior discredito (strumentale ovviamente ) che si può rivolgere all’esercizio della Giustizia in quanto tale, giacché giustizia e parzialità non possono convivere se non a discapito della prima. 

La parte teoricamente neutra della riforma , che siamo chiamati ad approvare o a respingere è anche l’abito con cui si presenta: “La separazione delle carriere tra magistrati inquirenti (accusa) e magistrati giudicanti (giudice terzo)” .  Una neutralità che fa rima con la sua inutilità , visto ciò che si propone è già realtà oggi , con la separazione di fatto delle due funzioni sancito dalla “legge Cartabia” del 2022 , che consente un unico passaggio durante tutta la carriera del magistrato, con relativo cambio di sede. Un “paletto” che limita i trasferimenti, oggi,  ad appena l’1% dei magistrati, garantendo quindi de facto quella separazione sbandierata dai promotori della riforma  come unica garanzia dell’imparzialità  del Giudice.

Come se l’imparzialità non fosse una postura (naturale)  del Giudice presunta  anche dalla Corte Europea dei diritti umani e garantita già dalla riforma cosiddetta “del giusto processo” del 1991. Una riforma  che sanciva il passaggio dal rito inquisitorio a quello accusatorio introducendo la formazione della prova durante il dibattimento in aula con il contraddittorio tra le parti,  sottraendola alla segretezza della fase inquisitoria. Peraltro l’accusa di  appiattimento del Giudice sulle posizioni del PM è smentita pure da quella che viene ritenuta una stortura dell’attuale processo e cioè dall’eccessivo numero di proscioglimenti in Giudizio, Una stortura questa che   per assurdo viene sbandierata da chi ha promosso questa riforma come prova dell’accanimento giudiziario, ma che, semmai, prova al contrario l’efficacia del dibattimento e la terzietà del Giudice. 

Quindi se le funzioni requirenti  e giudicanti sono di fatto già separate e l’imparzialità del giudice provata nei fatti, perché metter mano alla Costituzione? Se si voleva irrobustire la separazione introducendo due diversi percorsi di carriera era sufficiente una legge ordinaria che istituisse due diversi tipi di concorso e consentisse  all’attuale Csm di occuparsi di entrambi i profili di carriera in due sessioni distinte.

Allora perché manomettere la Costituzione? La manomissione, peraltro con alti profili di incostituzionalità, (diversa modalità di sorteggio tra componenti laici e togati – possibile assimilazione dell’Alta Corte ad un tribunale speciale vietato dalla nostra Carta) è stata necessaria non già per garantire un’imparzialità che non è mai venuta meno, ma per modificare il rapporto tra i componenti togati e quelli eletti dalla politica, a favore dei primi soprattutto nel nuovo “Tribunale Speciale” che dovrà dedicarsi alle sanzioni disciplinari, modifica che non era consentita da una legge ordinaria, senza considerare che i componenti laici saranno estratti da un elenco preparato dal Parlamento ed eletti con maggioranza semplice anzichè dei 2/3 come avviene oggi, diventando quindi espressione diretta della maggioranza.

È di questo che aveva bisogno la Giustizia? Aumentare il potere della politica sulla Magistratura era così vitale da dover, per farlo, modificare la nostra Costituzione? E qui torniamo ad una delle prime domande di questo articolo. È un caso che questa maggioranza ossessionata dalla Giustizia fin dai tempi di Berlusconi abbia partorito questa riforma dal sapore punitivo nei confronti della Magistratura, un intento malcelato persino dal suo relatore, il Ministro Nordio?

Non credo sia un caso. Credo che questa riforma sia solo un tassello di un disegno più ampio teso ad aumentare i poteri della politica e dell’esecutivo a scapito del vero snodo delle democrazie compiute, la divisione dei poteri, oggi sempre più invisa alla Destra Mondiale.

Spero fortemente che l’esito del referendum segni la bocciatura di questo disegno.