Primavera – un film di Damiano Michieletto
Venezia, 1716 – Ospedale della Pietà
Giovanissime, abbandonate dalla madre fin dalla nascita, vivono da sempre in una condizione appena sopra la prigionia, eppure , quando le senti suonare padroneggiando in quel modo lo strumento, da sembrarne quasi una propaggine e non puoi fare a meno di metterle a confronto, tanto è forte il contrasto con il pubblico che le sta ascoltando composto da vecchi ricchi annoiati di una Venezia decadente, ti chiedi chi sia davvero libero, chi abbia dentro, ancora, una speranza di salvezza. Primavera, diversamente da quanto può sembrare non è un film sull’ autore della composizione omonima, ma sulla forza dell’arte e della musica in particolare che si fa riscatto sociale, ancora di salvezza e costruzione identitaria.
Cecilia è stata abbandonata in fasce, come tutte le ragazze che vivono tra le mura dell’ orfanotrofio, da una madre che mai conoscerà. Una volta cresciute, le migliori tra loro vengono educate all’arte della musica, affinché possano, durante le cerimonie, esibirsi e attrarre pubblico, pronto a ripagare con offerte in denaro. Ma il loro destino, segnato, è quello di diventare le spose di uomini ricchi, spesso anziani, dietro forti elargizioni di denaro.
Cecilia , infatti, è stata promessa ad un ufficiale che l’ha “comprata” da tempo, e, triste e rassegnata, sa che, proprio per questo, dovrà abbandonare l’esercizio del violino che suona con grazia e maestria, anche se con poco trasporto. Interpretata da un’intensa Tecla Insolia, Cecilia vaga irrequieta, come alla ricerca di se stessa, tra le mura dell’Ospedale e per placare il bisogno di conoscere le proprie radici, ogni sera raggiunge un punto nascosto per scrivere lunghe lettere alla madre che non ha mai conosciuto .
Cecilia , sotto una calma apparente , è come un fiume in piena pronto a tracimare per cercare nuovi spazi e la sostituzione del Maestro di musica, accusato di insegnare e proporre pezzi di scarso interesse e di perdere pubblico a vantaggio di altri pulpiti, ne sarà lo strumento.
Il nuovo maestro, un giovane Antonio Vivaldi, intuisce subito la passione repressa di Cecilia e la mette al servizio della musica. Una passione che è anche energia vitale e anelito di libertà. La nuova Cecilia animata da un desiderio finalmente liberato cercherà di rompere le catene fisiche e morali che la vogliono docile e obbediente, ignara del duro prezzo che dovrà pagare.
Un film da non perdere sulla forza rivoluzionaria dell’arte e sul rapporto stretto tra questa e la libertà. Un film ottimamente sorretto da musica e fotografia e che ci regala ancora una volta una prova magistrale di Tecla Insolia, una realtà ormai indiscussa del nostro Cinema, capace come pochi a dare corpo e a rappresentare così efficacemente i tormenti dell’anima.
Note:
Tratto dal romanzo premio Strega 2009, “Stabat Mater” di Tiziano Scarpa, e diretto dal registra teatrale /operistico Damiano Michieletto , al suo secondo lungometraggio (il primo è stato “Gianni Schicchi” nel 2021), il progetto cinematografico si avvale di nomi di prim’ordine per la sceneggiatura (Ludovica Rampoldi) , la scenografia (Gaspari De Pascale) , la fotografia (Dara D’Antonio), la colonna sonora (Fabio Massimo Capogrosso) ed i costumi ( Maria Rita Barbera) .
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Molto bello , intenso ,bravissima la protagonista, Riondino una certezza.
Oltre ai costumi, scenografia della Venezia del periodo.